Nadia era profondamente delusa… adirata. L’avevano cercata di proposito. E ingannata. L’avevano convinta a lasciare quel posto di lavoro perfetto, quello che molti degli studenti di ingegneria sognavano una volta conseguita la laurea. Le avevamo promesso mari e monti i dirigenti di quell’azienda: la possibilità di sviluppare, portare a termine il suo brevetto e poi, se tutto fosse andato per il meglio, l’assunzione di notevoli responsabilità all’interno di settore del laboratorio. Nadia, in soli sette mesi di lavoro, di fatto sviluppò e portò a termine il suo brevetto poi… fine… il lavoro era diventato routine, come quella di un neolaureato inesperto, con l’unica differenza che il neolaureato è ancora pieno di aspettative come una spugna pronta ad assorbire tutte quelle importantissime nozioni che l’università non sa dare… ma Nadia aveva già sui quarant’anni e quell’azienda non faceva sperare per alcun dipendente un brillante futuro sul mercato… con tutti quei problemi gestionali, poi… la donna si sentiva le ali tarpate e non aveva intenzione di farsi rovinare la carriera.
Il mese prima che Nadia desse le sue dimissioni, i dirigenti, presi da una sferzata energica quanto immotivata di ottimismo, decisero di offrire un contratto a progetto a due ragazze laureate da poco e con scarsa esperienza lavorativa, due ragazze da formare secondo le esigenze e gli obiettivi dell’azienda. Due ragazze da plasmare con lo scopo di aumentare la produttività.
Una di loro, Sara, laureata in Scienze dei Materiali, presentava un curriculum leggermente più ricco dell’altra, sia da un punto di vista accademico che da un punto di vista lavorativo. L’altra, Stefania, era l’amica di un dipendente, Fabrizio, il quale avrebbe visto convertire il suo contratto a progetto in uno a tempo indeterminato di lì a poco grazie all’indispensabile aiuto del suo Prof. di Scienze Ambientali: uno dei due soci dirigenti dell’azienda. Strane le coincindenze.
Durante la riunione che si tenne il primo giorno di lavoro per le due new-entries, si decise che Sara si sarebbe occupata, durante almeno il primo anno di formazione, di sintesi di polimeri (un settore più che altro produttivo in quell’azienda, una sorta di “lavoro di routine” che non aveva bisogno di particolare impegno per la ricerca e lo sviluppo), nonostante fosse più preparata e interessata allo studio delle superfici metalliche. Stefania, invece, sarebbe stata affiancata proprio da Fabrizio per imparare i segreti del microscopio STM per lo studio di nuove superfici. Sara, come gli altri dipendenti dell’azienda, non poteva conoscere questo accordo e, un po’ amareggiata, si rimboccò le maniche pensando: “Imparerò qualcosa di nuovo, anche se non mi piace… e mi darò da fare”. Quando si dice far buon viso a cattivo gioco.
Durante la pausa pranzo Nadia, che non aveva mancato di scrutare il comportamento in laboratorio delle due nuove dipendenti, invitò Sara a mangiare una piadina in un bar accanto alla sede dell’azienda, avendo notato, tra l’altro, un certo senso di smarrimento da parte della ragazza.
Mentre la cameriera s’allontanava dal tavolo dopo aver preso le ordinazioni: Nadia ruppe il silenzio “Ho la sensazione che tu sia ambiziosa”.
Sara la fissò negli occhi. Nadia indossava gli occhiali, aveva grandi occhi color nocciola e guardava per aria, mentre appoggiava i gomiti sul tavolo dopo aver sciolto le bracca conserte.
“Non arrivista… attenzione, ma ambiziosa”, continuò alzando le sopracciglia e il dito indice per puntualizzare la sua affermazione. Nadia proseguì il suo discorso mentre Sara l’ascoltava incredula, stupita.. curiosa. “Vedi, quest’azienda è ottima per imparare ma non aspettarti, col tempo, chissà che cosa… come nuove responsabilità o aumenti di stipendio o che altro…”
Seguirono alcuni secondi di silenzio, quasi le due colleghe si fossero soffermate a riflettere. Nadia sospirò. Sara era ancora sbigottita: certo che non si aspettava chissà che… nella sua vita la giovane si era sempre mossa con i piedi di piombo… ma perché Nadia le stava dicendo tutto quello dopo essersi presentate durante la riunione di sole due ore prima?
“Vedi qui, sì… quelli là sono professionisti preparati nella loro materia, ma l’organizzazione è quella che manca… sparano tante buone idee che poi rimangono incompiute o, forse peggio ancora, mal gestite, controproducenti…”
“Sembri piuttosto pessimista, ma non posso ancora dare le mie valutazioni perché per ora non conosco nessuno… eh, è il primissimo giorno! Mi hanno piazzata a lavorare sulle polimerizzazioni, non che mi dispiaccia, anzi… però spero che in futuro mi diano la possibilità di studiare qualche superficie… spero” rispose Sara, con un tono molto incerto a dirla tutta, mentre cominciava a chiedersi, dentro di sé, perché Stefania era stata sistemata proprio lì lasciandole di scegliere… l’unico posto vacante! Qualcosa non le tornava, ma non diede troppo peso a questi liberi pensieri che facevano capolino così, casualmente, nel bel mezzo della discussione.
La cameriera servì le piadine, acqua naturale per Sara e una Coca Cola per Nadia. Ripiombato il silenzio, le due colleghe presero a mangiare lentamente, pensierose… Sara superò per un istante la sua timidezza osservando che la sua piadina non era proprio una leccornia; Nadia rispose seccamente: “No, fa proprio schifo” e in quell’attimo, mentre incartava nei tovaglioli il resto del suo pranzo che proprio non andava giù, voltò lo sguardo verso il tavolo accanto, fissando il vuoto… dopodichè girò la testa verso Sara e guardando per aria, dopo un sorso di Coca Cola, con la fatica di chi sa qualcosa ma non vorrebbe dirla per non creare dispiacere, disse: “Mmmh… non credo ti sposteranno lì”.
Silenzio, ancora. Sara non si aspettava granchè, sì… ma quella lapidaria, inaspettata affermazione le aveva procurato un acuto dispiacere… si sentiva come un gabbiano intrappolato che non poteva spiegare le sue ali al primo volo. E ancora si chiedeva perché Nadia avesse deciso di parlarle così liberamente.
“Rimanga tra noi due”. Nadia si alzò, Sara la seguì senza pronunciare parola con un senso di amarezza mista a dubbio. La pausa pranzo era terminata.
Dopo circa una ventina di giorni dopo la sottoscrizione del contratto, Sara aveva preso confidenza con gli altri laboratoristi e in paricolar modo con Carlo, il collega che la affiancava durante il periodo di formazione, al quale aveva confidato il suo senso di scontentezza per la sorte che le era toccata, mentre era diventato più che palese il sospetto che Stefania già fosse destinata al lavoro con il STM prima della riunione e delle presentazioni. Prima che Nadia le svelasse, tra parole pungenti e sguardi vacui, la realtà volutamente nascosta dai dirigenti e da alcuni colleghi. Carlo era decisamente d’accordo con Sara e un giorno la prese da parte con insistenza, mostrandole un foglio sul quale erano stampati due organigrammi aziendali per l’anno corrente e quello successivo. “L’ho trovato per caso nella carta straccia”. Il nome di Stefania figurava nella casella del team per lo studio dei polimeri accanto al nome di Sara nell’organigramma per l’anno corrente. In quello per l’anno successivo la casella di Sara rimaneva nella stessa posizione, mentre quella di Stefania era stata collocata nel team “Specialist” per la Ricerca all’STM, insieme altre caselle vuote facevano pensare a nuove future assunzioni per il settore riguardante lo studio delle superfici. Sara rimase di stucco e l’unico suo pensiero fu: “Non è giusto”.
“Non è giusto” affermò Carlo fissando la ragazza. “Vai dal responsabile e parla chiaro. Se non lo fai ora di certo questi organigrammi non cambieranno mai e il tuo nome non apparità mai nelle caselle vuote. Stefania non merita più di te solo perché è l’amichetta di Fabrizio.”
Ogni riferimento a persone realmente esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.