domenica, 25 maggio 2008

OMAGGIO A JACQUES PREVERT


 


 


Jacques Prévert - Il prato verde

di Anna Intartaglia


È sempre difficile scegliere le parole per presentare un Autore, ma questa volta lo è di più


Perché Prevert e tutto e più di tutto. Perché Prévert è "Barbara" ed è le "Foglie morte"; è guerra e pace, odio e amore. I ragazzi che si baciano in piedi contro le porte della notte sono Prévert, e sono Prevert anche i bambini che giocano a scuola con l'uccello lira.Jacques Prévert nacque a Neuilly-sur-Seine nel 1900 e morì a Parigi nel 1977. In Rue du Chateaux, a Montparnasse, dove viveva col fratello Pierre, regista, e l'amico Tanguy, pittore dadaista, le porte erano aperte a tutto: dal jazz alle più disparate forme culturali; fu così che conobbe Andrè Breton e Raymond Queyneau ed entrò a far parte del gruppo dei surrealisti, discostandosene poi nel 1928, quando entrò a far parte della compagnia teatrale di sinistra.

Prévert = prato verde.

Da ragazzina, quando cominciai a muovere i primi passi nell'universo della poesia, m'innamorai di Prévert. Come non amare i versi appassionati e disperati di "Questo amore"? Li imparai a memoria e li trascrissi sul mio diario, declamandoli con l'ardore che solo un'adolescente può nutrire nei confronti della poesia. Di più non sapevo. È stato solo molto tempo dopo che ho scoperto che Prévert non era solo "quello dei tre fiammiferi accesi nella notte". Ho dovuto scoprire gli chansonniers, il cinema ed i grandi capolavori francesi, per conoscerlo di più; ho dovuto avvicinarmi ad altre forme poetiche per comprendere meglio il surrealismo dei suoi versi. Ed ora posso dire anch'io, ricordando gli anni della scuola, di aver conosciuto l'uccello lira, di averlo pregato di fermarsi a giocare con me, mentre gli occhi vagavano, fantasticando, oltre i vetri polverosi di una finestra all'ultimo piano di un edificio malandato. E posso dire ancora di non aver saputo evitare lo sguardo ed il sorriso di quell'uomo che con un cenno mi ha invitato a sedere sulla panchina accanto a lui. E nulla, dopo, è più stato lo stesso.



 

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venerdì, 30 novembre 2007

.......................................................Ma pensa che... è proprio un’immagine, come si può dire, ci si può ricavare, ora non voglio fare facili allusioni, ma è una cosa proprio di una potenza, teologica, virile, umana, carnale, animosa, animalosa, creaturale e si potrebbe trovare dei termini novi. Lui è convinto a andare là dal richiamo, diciamo, della potenza femminile. E’ la potenza femminile che lo fa andare. E’ un libro tutto al femminile la Divina Commedia, è un libro tutto sull’amore, basato tutto sull’amore. Ora, quando parla di Paolo e Francesca, che sono i passi più famosi, sentiamo che è il primo dannato con il quale parla, Francesca. E per la prima volta nella storia - un’invenzione di lui, uomo del Medio Evo - per descrivere tutto un personaggio, prende un momento della sua vita. Questa è un’idea che mi ha sempre affascinato. Prende un solo momento della sua vita e quel personaggio è scolpito per l’eternità. E’ un’invenzione di Dante Alighieri. Per Paolo e Francesca prende il momento in cui loro due non sapevano di essere innamorati e vengono trafitti dall’amore e quel momento rimarrà scolpito per sempre. Lui sceglie quel momento e sarà il momento dell’eternità. Mentre noi sentiamo Francesca che parla e piange e dice, soffriamo.



 

Ma quando si sente: l’altro piangea, il cuore sobbalza, e quel verso che dice quando hanno scoperto... Dante vuol sapere come hanno fatto a capire che erano innamorati. Gli interessa a lui personalmente, è proprio la sua domanda: come accadde che voi vi scopriste innamorati? E lei dice:



Quando leggemmo il disiato riso

esser basciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

Siamo nel primo girone dell’Inferno - il primo, vero - dove Dante ci ha messo (non a caso in quello dove si soffre meno, per modo di dire) quelli che sono morti per amore, i lussuriosi, ma anche quelli che sono morti per amore perché si amavano l’uno con l’altro. Proprio perché lui stesso c’aveva paura di andarci: “Meglio che faccio un posto un po’ meno sofferente!” Quindi in questo canto si parla di questa storia. Di questi due amanti che so’ stati presi mentre stavano leggendo una storia che li riguardava - erano quasi loro - un libro. La storia di Paolo e Francesca la sapete tutti, insomma che... lei doveva sposare Gianciotto Malatesta e naturalmente era bruttissimo, era anche zoppo. Gli è arrivato brutto e zoppo, ma brutto, una personaccia! Gli portò la cosa di matrimonio il su’ fratello che era bellissimo. Lei pensava fosse quello suo marito. Pensate quando è arrivato quell’altro, che era cattivo, brutto e zoppo, ma proprio ignorante come una capra e quindi... Non è che poi l’ha tradito, solamente che il primo afflato d’amore con il primo che vedi... magari se vedeva prima quell’altro si sarebbe innamorata. Ha visto prima quello, allora... Aspettava l’amore. Quando aspetti l’amore non si vede più niente, diventa tutto meraviglioso.la bocca mi basciò tutto tremante.


Roberto Benigni

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venerdì, 30 novembre 2007

DIVINA COMMEDIA: PAOLO E FRANCESCA, commentati dal grande Roberto Benigni


NON SO CHI ABBIA AVUTO LA FORTUNA DI VEDERE E DI ASCOLTARE  BENIGNI ieri sera, mentre spiegava con grande professionalità e cultura, facendo riferimento a filosofi, teologi e addirittura a parabole del vangelo, ma so che chi non l'ha visto s'è perso qualcosa di strepitoso.


Avevo già sentito questo straordinario artista leggere Canti del paradiso e dell'inferno, ma ieri sera ha superato se stesso, se i professori spiegassero la Divina Commedia come lui ha fatto , sono certa che tutti gli adolescenti se ne innamorerebbero.


Non sì è limitato alla semplice parafrasi, ma ha sottolineato l'importanza dell'amore, dei sentimenti, del fatto che ognuno di noi dovrebbe essere contento solo per il fatto che esiste, che ognuno di noi è unico ed irripetibile; ha aggiunto anche una frase che mi ha colpita particolarmente, che io ricordo così: "A volte osserviamo il cielo e ci chiediamo: Cosa sarà mai quel pun tino? Come si chiamerà quella stella ? "Bisogna di godere di momenti in cui i nostri sentimenti prevaricano la ragione; ogni tanto guardiamo ed ammiriamo il cielo in tutta la sua bellezza solo per gustarne il suo splendore...L'amore e la bellezza, l'amore è bellezza..."


Voglio regalarvi qualche suo commento preso da un suo altro intervento relativo al capolavoro di Dante Alighieri, sperando di trovare per intero il monologo di cui ho parlato

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sabato, 27 ottobre 2007

SAFFO





 





Saffo





Per chi ama la poesia e l'amore, il nome di Saffo rappresenta ormai un mito senza tempo. Ma la sua voce, così straordinariamente limpida ed intensa, ci giunge dalle remote lontananze della Grecia arcaica, un mondo legato a peculiari tradizioni etiche e di costume.





Saffo nacque infatti nell'isola di Lesbo intorno al 650 a.C. e trascorse gran parte della sua esistenza nella ristretta cerchia di un tiaso, una specie di associazione in cui le fanciulle di nobili famiglie si formavano all'esperienza della vita collettiva nella pratica rituale del canto e della danza.





La sua poesia scaturì dalle emozioni vissute all'interno del raffinato sodalizio femminile da lei diretto, e l'incanto dei suoi versi sta nell'assoluta naturalezza con cui si esprimono le vibrazioni sottili e tormentose dei sentimenti.





Saffo cantò l'amore come malattia e turbamento dell'essere:





 Mamma mia dolce,



no, non posso proprio tesserla la tela



ad opera della delicata Afrodite.



 





Qui è chiaro ed evidente che l'intervento imprevisto dell'Eros produce un'interruzione del rapporto ragazza-lavoro e, poiché l'impatto è troppo forte ed intenso (la stessa Saffo scrive: "Ed Eros mi ha sconvolto la mente come un vento che si abbatte sul monte contro le querce"), la ragazza non appare dotata di una facoltà decisionale autonoma.





L'amore è quindi causa di turbamenti, ma anche di accensione del desiderio. In una delle sue poche poesie giunte a noi complete, viene descritto questo sentimento:





"Mi sembra pari agli dei quell'uomo che siede di fronte a te e vicino ascolta te che dolcemente parli e ridi con un viso che suscita desiderio. Questa visione veramente mi ha turbato il cuore nel petto: appena ti guardo un breve istante, nulla mi è più possibile dire, ma la lingua mi si spezza e subito un fuoco sottile mi corre sotto la pelle e con gli occhi nulla vedo e rombano le orecchie e su me sudore si spande e un tremito mi afferra tutta e sono più verde dell'erba e poco lontana da morte sembro a me stessa".





In questi versi Saffo parla in prima persona del suo "guardare", e sembra vittima dei sintomi e delle cause di una malattia che altro non è che il desiderio non appagato di possedere un qualcosa che colpisca visivamente.





Non bisogna poi dimenticare che Saffo, seppure sposata e con una figlia, ebbe esperienze omosessuali:





"Infatti anche se fugge, presto verrà dietro e se non accetta doni, doni li offrirà e se non ama, ella presto amerà anche contro il suo volere".





Tutto il contesto, la ragazza che fugge, l'attesa dei doni, il verbo amare utilizzato prima al presente e successivamente al futuro, induce a pensare che ciò di cui parla Saffo vada oltre una semplice amicizia. Il suo è quindi un amore fatto anche di turbamenti, paure, insicurezze simili a quelle di una fanciulla ancora vergine. Ed è al tema della verginità che Saffo dedica una lirica, nella quale paragona una ragazza vergine ad una mela posta sul ramo più alto di un albero:





"Come quel dolce pomo rosseggia in cima al ramo, alto, sul ramo più alto, e se ne scordano i coglitori di mele: anzi, non se ne scordano, ma non riescono a raggiungerlo".





 











 





SAFFO





E’ nata ad Efeso nel 612 a. C. ca, è morta nel 580 a. C., ma le notizie sulla sua vita sono scarse e poco attendibili. E’ una poetessa lirica monodica. Di origine aristocratica visse e morì nel principale centro dell’isola di Lesbo, Militene, tranne un breve periodo di esilio in Sicilia (dal 595 al 580 a. C.). Compose in dialetto eolico inni, odi e epitalami usando metri vari (es.: strofe saffiche); dei nove libri a lei attribuiti dagli alessandrini ( un inno ad Afrodite e la celebre ode sugli effetti della passione, che fu rielaborata da Catullo nel Carme 51) e 650 versi. Molti degli epitalami furono scritti dalla poetessa nel momento in cui le ragazze che insieme a lei facevano parte della comunità legata al culto di Afrodite, Tiasos, si distaccavano da lei per sposarsi: allora avveniva la confessione sincera e la scrittura dei versi rappresentava il momento in cui l’amore appassionato di Saffo si sfogava. In lei il tema dell’amore è dominante e viene raffigurato come forza che sconvolge i sensi e la mente, e che trova le sue occasioni poetiche nella gelosia o nella contemplazione della bellezza delle fanciulle; non mancano però versi dedicati alla natura, ad Afrodite o alla figlia Cleide e al fratello.





La lingua è sempre raffinata e preziosa, ricca di immagini luminose.





Celebratissima fin dall’antichità, la sua figura fu presto avvolta da caratteri leggendari. Famosa è la leggenda del suo suicidio per un amore non corrisposto.





 

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